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RITIRO GENNAIO 2017 (Meditazione 01-01-1990)

“FEDE E PACE INTERIORE”

 Nella solennità di oggi si riuniscono più motivi che la liturgia ci fa presenti. I più grandi motivi della solennità sono: la celebrazione della maternità di Maria e la pace, frutto dell'Incarnazione del Verbo. Non è forse questo che gli angeli hanno cantato appena il bambino è nato nella grotta: “Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace agli uomini che egli ama! Pace”.  E noi non possiamo dimenticare

precisamente questi due motivi fondamentali, il terzo poi è la circoncisione, come ricordavamo stanotte. Ma il primo, non il più importante, ma il primo motivo è quello che ha suggerito la prima lettura: la benedizione di Mosè al suo popolo. Quella benedizione che ricorre frequentemente nella liturgia, che ricorre anche nel nostro rituale, mi sembra proprio nell'ingresso dell’aspirantato, questo motivo dunque è la pace… quale pace? Anche in questo caso noi non possiamo dimenticarci carattere paradossale del cristianesimo. Gesù medesimo ha detto che era venuto a portare la guerra e non la pace, in realtà  sul piano sociale, sul piano politico, proprio la fede cristiana sembra aver provocato le più gravi tensioni nella società e anche fra gli Stati. Proprio per il fatto che l'uomo tende di per sé all'assoluto non può transigere su quegli aspetti che per l'uomo sono l'espressione di questo assoluto. Mentre si può venire ad accomodamenti, ed è segno di mancanza di fede, si può venire ad accomodamenti a dei compromessi quando di fatto nulla è assoluto e tutto in fondo è problematico; quando invece l'uomo tende necessariamente a Dio, tende a Dio che è l’assoluto, gli aspetti di questo assoluto divengono per l'uomo tali che per questi, per questi aspetti e per questa espressione dell’ assoluto l'uomo è capace di sacrificare se stesso, ma anche sacrificare ogni cosa.
Le guerre di religione che hanno distinto l'Europa per tanti secoli non sono il segno di una mancanza di fede, sono il segno di una fede sbagliata, ma non mancanza di fede.  Perché per la fede si era disposti ad ammazzare e ad uccidere, e non è questo che sia bene, ma è questo che dice come l'uomo era veramente impegnato per Iddio. Certo quando la fede è sbagliata nei suoi esperimenti si uccide piuttosto gli altri che accettare di essere uccisi. Ma rimane vero anche l’altro fatto: che non soltanto allora quando c’era fede si poteva uccidere gli altri, ma si era pronti ad essere uccisi; non solo si era pronti ad essere uccisi, ma per Iddio, al quale l’uomo si consacrava, per questo Dio l'anima aspirava  al martirio, desiderava il martirio, voleva il martirio. Quanti sono i santi che hanno sottoscritto col sangue questo desiderio, questa preghiera, di poter offrire la propria vita per il Signore che essi amavano, al quale essi avevano donato la propria vita.  Oggi non siam più capaci di far questo, perché per noi l'Assoluto è rimasto problematico, per noi l’assoluto non si incontra più,o piuttosto almeno l'anima non si sente più impegnata, la fede languida, la fede è povera e allora l'uomo non scommette tutto per quello che crede. Là si scommetteva tutto, si scommetteva la pace, si scommetteva il benessere, si scommetteva perfino la vita.

Oggi si scommette Dio ma non il televisore; si scommette Dio ma non il benessere,  ma non lo stipendio; si scommette Dio ma non il cinema o qualsiasi altra cosa. La fede è illanguidita. Ma allora se questo è, quale pace allora noi possiamo promettere al mondo? Quale pace ci ha donato il Signore? Quella pace che era propria dei martiri; quella pace per la quale anche chi veniva torturato e moriva per il Signore; quella pace che anche nei tormenti rimaneva nel cuore dell’uomo, pace di sapersi nelle mani di Dio, la pace interiore. Non è la pace del mondo che è fatta sempre di compromessi, che è fatta sempre di accomodamenti, ma la pace di Dio che trascende tutto quello che è relativo, e anche la vita presente, è relativo, e la pace di chi riposa sicuro nelle mani di Dio.

Miei cari fratelli Dio non vi promette la pace, una pace esteriore, non l’ha mai promesso e non la dona. Noi avremo sempre motivi di sentirci in questo mondo degli stranieri, degli esuli. Non possiamo dunque trovarci d'accordo col mondo presente tuttavia se non ci troviamo d'accordo col mondo presente non per questo manchiamo di pace noi sentiamo che la nostra anima riposa nel Signore e qualunque cosa avvenga la nostra anima vive questo riposo, vive questa serenità. Tutto o piuttosto nulla può turbarci, perché nulla può strapparci alle mani di Dio e come dice Gesù nel Vangelo di Giovanni “nessuno può strappare a me coloro che il Signore mi ha dato”. Ecco è questa sicurezza di essere nelle sue mani che dona la nostra anima alla sua pace. Io vorrei che i sacerdoti, una volta almeno… il messaggio dato dal papa per la festa di oggi fu proprio la pace interiore; questa volta invece è la pace delle nazioni che è possibile solo laddove si lascia la coscienza dell'uomo alla sua libertà, perciò la libertà religiosa. E’ vero le tensioni anche sul piano sociale sono più gravi quando si vuol sopprimere, si vuol rendere schiava la coscienza dell'uomo. L’uomo ha bisogno di respirare in una libertà interiore per vivere sereno e tranquillo. Pertanto questa, questa… come dire, questo rispetto della libertà di coscienza, perciò della fede, è un presupposto anche della pace. Quando tu togli alle coscienze dell’uomo la loro libertà, l’uomo non vive altro che interiormente un’angoscia, una impossibilità di adattarsi.

E vi è una maggiore pace certo, se si abbandona, se si lascia questa libertà di coscienza, questa libertà religiosa. Però è sempre una pace relativa, quella che ci viene sul piano sociale. Perché ci può essere la pace si che implica non la guerra, ma c'è sempre quella pace che però è sempre più o meno insediata dalle condizioni di vita,  dalle ingiustizie sociali,  dal prevalere di certi interessi culturali su altri interessi, o interessi economici o interessi politici o interessi su altri interessi, le tensioni rimangono. Quello invece che il Signore ci dona e quello che noi dobbiamo soprattutto cercare di conservare come il dono più grande di Dio, è la pace che Egli ci dà. Non per nulla risorgendo da morte proprio come espressione della redenzione compiuta da Cristo, Egli dona la pace: “Pax Vobis”,  la pace sia con voi. E’ il saluto, è l'augurio che fa Gesù  una volta risorto quando porta agli uomini la redenzione che Egli ha meritato con la sua morte. E’ questa pace che il Signore ci dona; è questa pace che noi dobbiamo conservare. La pace intima di chi sa di essere amato da Dio. Infatti è questo che hanno promesso gli angeli. Non hanno promesso una qualunque pace. Bisogna ritornare al Nuovo testamento, alle parole della Sacra Scrittura; non è stata promessa una qualsiasi pace, è stata promessa una pace che ha il suo fondamento nel fatto dell'amore di Dio. Perché pace agli uomini che Egli ama.
E’ dunque nell’esperienza dell’ essere amati da Dio che l’anima possiede la pace. E’ nella sicurezza che Dio che è al di sopra della morte, che vince che è superiore a qualsiasi altro bene terreno; è nella sicurezza di questo amore che l’anima riposa tranquilla. E allora miei cari fratelli una cosa si impone; se noi vogliamo conoscere questa pace noi dobbiamo essere consapevoli di essere amati. Nessuno di noi può dubitare di essere amato da Dio, anche se siamo dei poveri peccatori, l'amore di Dio è più grande del nostro peccato. Se anche il nostro cuore ti condanna, dice Giovanni nella I Lettera, Dio è più grande del tuo cuore. Credere all'amore di Dio, lasciarci amare da Dio, ecco il segreto della pace cristiana. Voi lo vedete anche nel mondo umano, uno che sente di essere amato trova nell'amore, in questo medesimo amore, il motivo della sua felicità, il motivo della sua serenità e si perde la serenità e la pace quando ci viene a mancare quell'amore nel quale confidavamo. Una donna per amore dello sposo: l'angoscia per esempio di queste donne, ce ne sono state anche in comunità e ci sono ancora nella comunità, donne… che hanno l'esperienza del tradimento da parte del marito, del marito che non le ama più, che dopo tanti anni si sono stancati di loro. L’angoscia, perché? Perché riposava la loro vita nella sicurezza di questo amore che viene loro a mancare. Ma se l’anima vigilarmente invece riposa sull’amore di Dio, quest’amore di Dio non ci viene mai a mancare. Noi possiamo non amare Dio, ma Dio ci ama, continuamente ci ama, assolutamente ci ama.
Il nostro peccato non lo allontana da noi, rende anzi più grande la sua misericordia, perché tanto più grande è l’abisso del nostro peccato tanto più grande deve essere questa misericordia a colmare, a colmare l'abisso. Noi dobbiamo credere all’amore di Dio. Credo che questa sia la condizione ineliminabile di quella pace interiore che è il frutto più bello della vita cristiana, che è anche il segno più certo che noi viviamo una vita cristiana: la pace interiore. E’ in fondo questo il segno delle anime quando hanno raggiunto la santità, nulla le turba più, vivono in una tale serenità, in una tale pace che tutte le battaglie esteriori , e tutti i mali sia interiori che esterni, non possono minimamente turbare l’anima: l’anima riposa in Dio. Noi dobbiamo vivere ugualmente questa esperienza. Siamo ancora turbati, ancora possiamo avere delle inquietudini interne perché, perché non sappiamo credere di essere amati da Dio o non crediamo abbastanza  in Dio, perciò Dio rimane soltanto una parola, non è una realtà vivente, oppure non crediamo che Egli ci ami. Sono questi i due punti dai quali dipende precisamente la nostra mancanza di pace. Non crediamo…. o non crediamo in Dio, cioè Dio si,si, non è che non ci crediamo, però è un po’ lontano.
Viviamo più la realtà dell’amore umano che la realtà dell'amore divino. Sentiamo di più di essere amati da una persona concreta, vivente, che essere amati da Dio; cioè la nostra fede in Dio non è così grande da riconoscere pienamente sul piano pratico, dico sul piano concreto, di riconoscere la realtà di Dio e la realtà della sua presenza. Se appunto noi non abbiamo questa fede è evidente che anche se pensiamo che Egli ci ama, però è un amore piuttosto platonico, un amore lontano. Si ci credo ma in fondo sono più contento se c’ho un buono stipendio, se c’ho una famiglia dalla quale mi sento amato, che poggiare la mia pace su Dio, perché Dio è irreale, è, più o meno, meno reale di queste cose. La prima cosa dunque che si impone per possedere questa pace è che Dio sia per noi una realtà viva, una realtà personale e presente; e poi credere all’amore. Anche qui manca in noi tante volte la fede nell’amore di Dio, per questo manca la pace.

Che vuol dire credere all’amore di Dio? Vuol dire credere in un amore che non è motivato, che è gratuito, che è preveniente, che è infinito. Preveniente perché ti ama prima che tu lo ami; gratuito perché ti ama per nulla; gratuito perché i tuoi peccati non possono minimamente impedire a lui di amarti, anzi provocano un amore più grande perché è un amore di misericordia.